Giovanni Gastel. Rewind a Palazzo Citterio

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©-Giuseppe-Biancofiore

Milano celebra il genio di Giovanni Gastel con una grande retrospettiva a Palazzo Citterio. Tra moda, ritratti e poesie inedite, il percorso espositivo “Rewind” svela l’anima di un artista che ha trasformato la fotografia in un esercizio morale di eleganza e umanità.

C’è un legame indissolubile, quasi genetico, tra Giovanni Gastel e Milano. Non è solo una questione di anagrafe – Gastel nacque qui nel 1955, tra i salotti della nobiltà e i fermenti del boom economico – ma di spirito. Quel misto di rigore e leggerezza, di pragmatismo borghese e slancio poetico che ha definito l’estetica milanese nel mondo, ha trovato in Gastel il suo interprete più raffinato. È dunque naturale che la sua più grande retrospettiva, intitolata significativamente “Giovanni Gastel. Rewind”, trovi spazio nelle sale di Palazzo Citterio, l’ala della “Grande Brera” dedicata al moderno e al contemporaneo.

La mostra, aperta dal 30 gennaio al 26 luglio 2026, non è una semplice carrellata di scatti patinati. È, come suggerisce il titolo, un nastro che si riavvolge per cercare le origini di uno sguardo. Curata da Uberto Frigerio, storico amico e collaboratore del fotografo, l’esposizione raccoglie oltre 250 immagini, di cui ben 140 inedite, offrendo un ritratto inedito dell’uomo che ha saputo “togliere le cose dal tempo” per consegnarle all’eternità.

Un percorso tra anima e banco ottico

Entrare a Palazzo Citterio per questa mostra significa immergersi in un’esperienza sensoriale e interiore. L’allestimento, curato da Gianni Fiore, rifugge la fredda cronologia per preferire un approccio tematico e poetico. Il visitatore è accolto non solo dalle immagini, ma dalle parole: per la prima volta, infatti, accanto alle fotografie sono esposti i suoi scritti, le poesie e gli appunti privati. Gastel sosteneva che fotografare fosse “una necessità, non un lavoro”.

Questa urgenza vitale emerge prepotentemente nei progetti più intimi. Se da un lato ammiriamo le sue celebri collaborazioni con le testate internazionali – da Vogue a Elle, da Mondo Uomo a Donna – dall’altro veniamo introdotti nel suo laboratorio segreto.

Qui troviamo i suoi strumenti di lavoro: il leggendario banco ottico e le lastre Polaroid 20×25, che per anni sono stati l’estensione naturale delle sue mani. La mostra mette in luce la sua straordinaria capacità di innovare. Sebbene formato sulla tecnica analogica più pura, Gastel fu uno dei primi in Italia a intuire le potenzialità della post-produzione digitale già negli anni Novanta.

Ma il digitale, per lui, non era un trucco per correggere gli errori, bensì un pennello supplementare per dipingere la realtà come lui la immaginava: un mondo ideale, dove la bellezza è sovrana e la sofferenza viene sublimata dall’eleganza.

Dalla moda al ritratto: la ricerca dell’altro

Il cuore dell’esposizione pulsa attraverso le diverse anime di Gastel. C’è la sezione dedicata alla moda, dove gli abiti dei grandi designer (Versace, Missoni, Trussardi, Ferré) diventano pretesti per architetture visive metafisiche. Ma è forse nel ritratto che emerge la statura morale dell’artista. Per Gastel, il set era un luogo di dialogo, un incontro tra due anime. In mostra sfilano i volti di icone del nostro tempo, catturati in momenti di assoluta verità. Non sono mai ritratti “rubati”, ma il frutto di una seduzione reciproca, dove il soggetto abbassa le difese davanti alla cortesia aristocratica del fotografo.

Tra le gemme inedite, spicca il progetto realizzato con Simone Guidarelli, le “Madonne Candelore”, e una serie di scatti degli anni Settanta che mostrano un Gastel ancora agli esordi, già capace però di intravedere la poesia in un dettaglio architettonico o in uno still life minimalista.

La scelta di Palazzo Citterio è simbolica. Lo spazio, recuperato per ospitare le collezioni Jesi e Jucker e le nuove acquisizioni di Brera, rappresenta il ponte tra la tradizione museale milanese e la contemporaneità. Portare la fotografia di Gastel in questo contesto significa riconoscerne definitivamente lo status di arte maggiore.

Come ha sottolineato il direttore della Grande Brera, la mostra è un “atto di restituzione culturale” a una città che Gastel ha servito non solo con le immagini, ma anche con un impegno civile e sociale discreto e costante. “Rewind” ci ricorda che Giovanni Gastel non è stato solo un fotografo di moda, ma un intellettuale dell’immagine.

La sua eredità risiede nella convinzione che l’estetica sia un’etica, e che la ricerca della perfezione formale sia l’unico modo per contrastare il disordine del mondo. Uscendo da Palazzo Citterio, rimane l’eco delle sue parole: “Ogni sera è una piccola sconfitta e ogni mattino la ricerca della perfezione ricomincia”. Una lezione di umiltà e di instancabile curiosità che continua a ispirare le nuove generazioni di creativi.

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